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26/06/17

A PARTY WITH STEPHEN KING || IL MIGLIO VERDE


Ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu sei.
NICOLÒ MACHIAVELLI 

 

Quando rileggo Il miglio verde, primissimo romanzo di King a cui mi sono approcciata da ragazzina, mi tornano sempre in mente le parole di Nicolò Machiavelli: credo, e mi permetto di crederlo con una convinzione inamovibile, che siano la perfetta sintesi di un libro che, una volta letto, non vi abbandonerà più.
Resta lì, sedimentato nel cuore, fino a mettervi radici e crescere con voi.
Avevo appena tredici o quattordici anni, quando sono entrata in libreria con il proposito di comprarlo, dopo aver visto l’omonimo film.
All’epoca non conoscevo Stephen King: nel lontano 2000, la vita di un giovane lettore era ben diversa da quella di oggi, dove basta un click per scoprire autori che forse ti cambieranno la vita (letteraria o meno).
Il miglio verde, perciò, oltre a essere uno dei romanzi che più amo di King, un classico quasi direi, è la pietra miliale della mia adolescenza.
Un’opera capace di scavare nel profondo, di farci comprendere quanto sia troppo facile giudicare, essere presi dalle apparenze, soffocati dai pregiudizi, guidati dalla mano della società. Una mano spietata a cui non importa cosa dentro si ha.
King, il “maestro”, riesce a trascinare il lettore in una riflessione intimista che si riverbera al di fuori del cuore.
Ci fa vedere il mondo con occhi diversi!
Noi tutti, di fatti, siamo un po’ John Coffey. Grandi e grossi, forti, per poi nascondere nel nostro Io le paure più infime.
Il miglio verde, quel miglio che porta alla morte, in verità ci porta alla vita. Una rinascita spirituale, almeno per chi lo legge col cuore.
Com’è possibile che un romanzo – tanta carta e tante parole – abbia una tale capacità? Che un romanzo riesca ad abbattere il materiale e raggiungere il trascendentale?
A volte credo che ci sia davvero il “tocco divino” in alcuni libri, quel tocco che in pochi hanno, così come in pochi sono guaritori come John Coffey, con una “magia” e un misticismo che non perde mai il suo ascendente, anzi dilaga di bocca in bocca, di generazione in generazione.
Stephen King, con il suo stile unico, semplice, ma tagliente come bisturi – perché da scrittore a un certo punto diventa medico dell’anima –, riesce ad aprire e ricucire cicatrici che forse mai credevamo di avere.
Penso, e anche ciò lo penso fermamente, che Il miglio verde sia una lezione di vita.
Non solo per la contestualizzazione, nella quale si evince l’influenza storica, con i suoi elementi cardini (il razzismo e la crisi economica, tanto per citarvene alcuni), ma soprattutto per quel che King vuole a mio avviso dirci: vivere è un dono di Dio, ostacoli e dolori inclusi, e dobbiamo arrivare alla morte dopo aver dato il meglio di noi.
Pensate appunto a John Coffey che, stanco di tutto ciò che deve sentire e vedere, ha fatto comunque del bene fino alla fine, senza alcun rimorso. E, se ci soffermiamo a riflettere sulle sue iniziali, troveremo un senso di misticità ancora più forte.
Non sono particolarmente religiosa, ormai lo sapete, ma questa contrapposizione l’ho davvero apprezzata. La trovo geniale, poiché King non è caduto in alcun fanatismo, ma ha messo nero su bianco la metafora del sacrificio per un’umanità corrotta e meritevole di nulla.
Potrei continuare a parlarvi de Il miglio verde per ore, ma devo mettere un punto, e lo metto qui, nella speranza che le mie parole possano trovare uno spazietto in voi, nel quale risiedere e attecchire.


Continuate a seguire il nostro Party with Stephen King
che si terrà dal 26 al 30 giugno: la prossima imperdibile
recensione la troverete domani su EVERPOP

 





Titolo: Il miglio verde
Autore: Stephen King
Editore:
Pickwick
Prezzo: € 7,99 – 11,90
Pagine: 576


Nel penitenziario di Cold Mountain, lungo lo stretto corridoio di celle noto come Il Miglio Verde, i detenuti come lo psicopatico Billy the Kid Wharton o il demoniaco Eduard Delacroix aspettano di morire sulla sedia elettrica, sorvegliati a vista dalle guardie. Ma nessuno riesce a decifrare l'enigmatico sguardo di John Coffey, un nero gigantesco condannato a morte per aver violentato e ucciso due bambine. Coffey è un mostro dalle sembianze umane o un essere in qualche modo diverso da tutti gli altri? Un autentico capolavoro firmato Stephen King e dal quale è stato tratto lo straordinario film di Frank Darabont con Tom Hanks. Contiene un estratto di Joyland, il nuovo romanzo di Stephen King.


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